Louis Autoctono | La difficile arte di essere viticoltori oggi

Louis Autoctono | La difficile arte di essere viticoltori oggi

Patrick Uccelli è un fiume in piena e trasmette un bisogno quasi fisico di condividere il suo percorso di produttore. Fatto di tanto studio, tante sperimentazioni, tanti dubbi e poche certezze inossidabili.

Per capirsi, l'esatta antitesi di chi invece - per convenienza, convinzione e paraculaggine - preferisce ridurre un mestiere complesso a pochi semplici slogan.

Tanto confortanti quanto lontani dall'articolazione di un lavoro che tra vigna, cantina e mercati ha tanti nodi critici, problematiche quotidiane e sfide legate all'oggi ma ancor più al domani: varietà in sofferenza, malattie difficili da arginare e tutti quegli aspetti che sono alla base di un organismo agricolo complesso e perennemente in cerca di equilibrio.

Solo poi vengono le singole etichette, prima individuate dai numeri progressivi (che in realtà ci sono ancora) poi suddivise in tre linee: ciascuna col nome di un figlio: Louis ("vini non facili ma facili da bere"), Cécile (i PIWI) e Aurélie (vini pensati per l'invecchiamento).

L'ultimo nato è Louis Autoctono, 72esimo "individuo" del nuovo corso aziendale.

Alla presentazione di Patrick non c'è nulla da aggiungere.

È vin de negoce. Ricevo le uve da viticoltori amici, non le coltivo. Si tratta di uva ******* ma essendo coltivata in Trentino non posso rivendicarla da un punto di vista dell’indicazione geografica. Infatti, non si troverà in etichetta.

In ogni caso, si tratta di prendere un’uva che qui nel territorio ha dato vita, soprattutto negli ultimi decenni, a dei vini molto complessi, ottenuti spesso per salasso di una parte di mosto (destinata poi al Rosè), affinati poi in botti di rovere francese dandogli una parte di boisé molto accentuata. La mia idea era invece di riportare quell’uva su di un altro piano. Collegarla ad un’identità più agricola, rurale, nella quale il vino viene visto (ancora per poco ovviamente) come un alimento, un qualcosa che accompagna il pasto e che non fine a se stesso.

Per cui fermentazione a bacca intera (no macerazione carbonica!) a tino aperto, 10/11 gradi alcol, affinato in botti di legno grandi. Nulla di sofisticato, anzi il contrario. Un vino molto basilare.

Da mettere in glacette, servire a 13/14 gradi e via pedalare. Insomma, come tutti i vini della linea Louis. Solo un ulteriore tassello del lavoro che da oltre 10 anni sto portando avanti qui.”

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