La signora del Teroldego: Elisabetta Foradori

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Foradori si trova a Mezzolombardo, tra le montagne del Trentino, e coltiva principalmente Teroldego e Pinot Grigio nei suoli alluvionali del Campo Rotaliano; Nosiola e Manzoni Bianco sulle colline argilloso-calcaree di Cognola.
Abbiamo chiesto a Elisabetta Foradori di raccontarci la sua storia di vino.

Qual è stato il tuo percorso di produttrice di vino?
Ho cominciato a lavorare nell’azienda di famiglia perché lo desideravo, ma anche spinta dagli eventi. A 19 anni ho fatto la mia prima vendemmia: mio padre era morto da alcuni anni e mia madre, che aveva fino a quel momento tenuto le redini dell’azienda, aveva bisogno di aiuto. Io avevo studiato agraria ed ero cresciuta in mezzo alle vigne: mi ci sono buttata dentro.
Ho cominciato un percorso che da una parte era legato a recuperare e a capire il lavoro di mio padre, ma dall’altra avvertivo istintivamente il bisogno di cambiare una situazione in cui le varietà locali non erano considerate: cercavo di vendere il vino fuori dal Trentino e nessuno lo voleva. Poi è nato il Granato, e sono finalmente riuscita a portare l’azienda fuori e a farla vivere.
Ho cominciato a fare le selezioni massali, che considero tutt’oggi la cosa più preziosa della prima parte del mio percorso: la biodiversità interna si innesta perfettamente sull’agricoltura biodinamica, un metodo che ho approcciato alla fine degli anni ‘90, quando come viticoltrice mi sentivo distaccata dalla terra e dalla natura.

Raccontaci le tue vigne.
Le mie vigne sono legate alle montagne. Incastrate in una valle, sono accompagnate dalla roccia: ce l’hanno sopra, a fianco e sotto. Alla roccia devono la propria esistenza e l’energia per crescere, e dalla roccia vengono plasmate. Sono come calchi, fossili dentro la dolomite.
Sono convinta che debbano a questo la loro leggerezza: hanno i piedi e la testa dentro la roccia, non hanno di fronte a sé l’orizzonte aperto, non tendono verso l’alto. Le apprezzo per questa loro umiltà, voler andare in alto convinti di riportare giù la verità è un atteggiamento in cui non mi riconosco.

Qual è la filosofia dietro al vostro lavoro?
Il nostro fine ultimo è portare dentro la bottiglia la verità e il messaggio di un territorio. Ci vogliono presenza, osservazione, onestà, verità, rispetto e vicinanza alla natura in senso lato, e una comunione di visione con le persone che lavorano con me: da sola non posso certo gestire 24 ettari. Equilibrio è un’altra parola importante: in tutto questo la biodinamica ci aiuta perché ci permette di avere un frutto vivente. Fare vino con questo frutto significa abbandonarsi completamente e seguire da vicino la sua trasformazione, che è naturale nel senso che è opera dei lieviti ma che è guidata da noi. Quando arrivi ad avere fiducia nella tua uva, il resto segue in modo semplice. Impari ad aspettare, osservare, assaggiare, ed eventualmente ad agire perché c’è un motivo, non perché c’è un protocollo. Questo consente al messaggio di arrivare integro, e allora la bottiglia diventa un modo per parlare di agricoltura.

Elisabetta Foradori

Elisabetta Foradori

Qual è il vino che volete produrre?
Un vino che attraverso la verità del messaggio che porta suscita emozione. Un vino digeribile, che fa star bene chi lo beve perché è un alimento sano, che apre la mente e che permette a chi lo beve di farsi delle domande su questo messaggio. Un vino per l’uomo e per la terra, un atto agricolo sano e costruttivo per il benessere dell’uomo.

Cosa rimane ancora da fare?
Per quanto riguarda me stessa, sono molto grata a quanto ho vissuto, al fatto di essermi potuta esprimere in due fasi diverse e essermi rimessa in discussione: non ho altre ambizioni per me, anche se ho ben chiaro che lavorando con la natura c’è sempre da imparare. Per quanto riguarda l’azienda, dove mio figlio Emilio si occupa già della vigna e della cantina, quello che mi piacerebbe vedere è un passo ulteriore verso l’agricoltura in senso più ampio: abbiamo già le mucche e trasformiamo il latte. Con mia figlia Mirta, vorremmo lavorare anche con le verdure.Vorrei che si creasse una comunità di persone, di giovani, dove ci si possa realizzare, formare, lavorare con allegria.

Nella tua esperienza, in che direzione sta andando il mondo del vino, anche nel senso del mercato? I consumatori sono più consapevoli?
Quello che mi è piaciuto nel mondo del vino nel corso degli ultimi quindici anni è il movimento dal basso partito dal consumatore finale, che ha chiesto a noi produttori di dare messaggi più chiari e più vicini al rispetto della terra. Una consapevolezza legata al benessere che ha contagiato anche chi il vino lo vende e lo produce: oggi il gruppo di chi lavora in un certo modo si è molto ampliato – anche se restiamo sempre molto pochi.
Questo è un cambiamento che riporta le persone alla terra e le conduce a vederla con altri occhi: anche se questa fosse solo una moda, come dice qualcuno, beh: è la moda più bella che ci sia mai stata.

Cosa c’è di così bello nel vino?
Il vino dà la possibilità a un contadino di rispecchiarsi e di mantenersi attraverso il messaggio che riesce a dare. Dura nel tempo e permette di portare per il mondo un messaggio agricolo alternativo. È un’opportunità straordinaria.
E poi, per me, ci sono gli incontri fatti in quindici anni di lavoro con persone che condividono con me un modo preciso di sentire la vita. Spesso bastano uno sguardo e poche parole per entrare in sintonia. Questo è il regalo che il vino mi ha fatto.

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